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martedì, 15 aprile 2008

Qual è la religione giusta per te? (translated version for Italian users)
You scored as a Cristianesimo
Il tuo risultato è Cristianesimo. Le tue credenze si avvicinano maggiormente a quelle del Cristianesimo. Fai qualche ricerca a riguardo e considera l'idea di diventare cristiano se non lo sei già. Il Cristianesimo è la seconda delle tre grandi religione monoteistiche. Segue l'Ebraismo ed è seguita dall'Islam. Differisce nella figura di Gesù, visto non come un profeta o una figura storica, ma come l'incarnazione di Dio, e la Sacra Trinità è il concetto che Gesù assume tre forme: il Padre (Dio), il Figlio (Gesù) e lo Spirito Santo. Gesù predicò l'idea dell'amore e del perdono al posto della vendetta, anche verso i propri nemici. I cristiani credono che Gesù morì sulla croce per salvare gli uomini e perdonarli dei loro peccati. 
Buddismo
 
75%
Cristianesimo
 
75%
Induismo
 
45%
Ebraismo
 
40%
Confucianesimo
 
40%
Paganesimo
 
40%
Islam
 
35%
Satanismo
 
30%
Agnosticismo
 
25%
Paranormale
 
15%
Ateismo
 
0%

 

Mha...passi per il 75% buddista...ma quel 30% di satanico mi preoccupa un pò, meglio andarsi a confessare!

postato da: fabiotar alle ore 12:03 | link | commenti | commenti
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venerdì, 14 marzo 2008

Ciao a tutti buona pasqua
postato da: fabiotar alle ore 11:14 | link | commenti | commenti
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venerdì, 25 gennaio 2008

 Prof. Veronesi, il suo nuovo valore si chiama eugenetica
 ASSUNTINA MORRESI

 C’
è chi ritiene la sentenza del Tar del Lazio – che pronunciandosi in merito alla legge 40 e alle sue linee guida avrebbe annullato il divieto della diagnosi preimpianto – una decisione «coraggiosa» dei giudici, una «difesa dei diritti fondamentali dei cittadini» e una «risposta ai loro nuovi valori». Lo ha scritto ieri il professor Umberto Veronesi, spiegando che eseguire la diagnosi preimpianto, cioè «la scelta, tra gli embrioni prodotti in vitro, di quello che non porta il seme della malattia, per impiantarlo» vuole dire «la certezza di un figlio sano».
  Tralasciamo pure il fatto che questa tecnica, quando non altera pesantemente lo sviluppo embrionale, non dà la certezza della salute del nascituro, ma si limita a identificare alcune patologie legate al suo codice genetico.
  Seguendo le considerazioni del professor Veronesi, si deduce quindi che avere un figlio sano non solo è un legittimo desiderio di ogni genitore, non solo è diventato un diritto fondamentale (come è stato ripetuto durante tutta la campagna referendaria del 2005), ma si è trasformato pure in 'nuovo valore'. A rigor di logica, quindi, avere un figlio non sano, malato o disabile, sarebbe un 'vecchio valore', cioè qualcosa di superato, o addirittura un disvalore, qualcosa che è visto dalla società come moralmente inaccettabile. Ammettiamo onestamente che è di questo che si sta parlando, quando si chiede di poter scegliere un embrione: la scelta presuppone sempre un 'migliore' e un 'peggiore', qualcosa che vale di più, a discapito di qualcosa di minor valore; e in questo caso, cioè nella scelta fra embrioni prodotti in laboratorio, il criterio per stabilire i migliori e i peggiori è la salute. Potrà non piacere, ma in questo modo si stabilisce ad
esempio che un futuro malato di talassemia sarà in quanto tale peggiore di uno che non abbia questa malattia, o anche che una persona con una certa probabilità di sviluppare un cancro sarà peggiore di chi ha una probabilità inferiore, o di chi non ne avrà affatto (come sta già accadendo in Gran Bretagna, dove si usa la diagnosi preimpianto anche per questi casi). La qualità della vita diventa, nella filosofia propagandata dal professor Veronesi, misura del valore della vita stessa: è questa la sostanza etica dei 'nuovi valori'. Eppure, se si afferma che questa è eugenetica, c’è chi si ritrae, indignato.
  L’eugenetica, per molti, è quella che produce figli biondi con gli occhi azzurri, o quella imposta dallo Stato. Ma scegliere l’embrione sano e scartare quello difettato, dire 'tu sì, tu no', che altro è, allora? Chiariamo una volta per tutte questo punto: ogni forma di selezione genetica sulle persone, è eugenetica.
  Nella normativa italiana del dopoguerra l’eugenetica non è mai stata introdotta: non la prevede la legge 194 che regolamenta l’aborto, e neppure la legge 40, che nell’articolo 13 vieta espressamente la selezione genetica degli embrioni, e che infatti non permette a coppie portatrici di malattie ereditarie di accedere alle nuove tecniche di fecondazione in vitro. La tanto contestata legge sulla procreazione medicalmente assistita è stata formulata per dare un’opportunità a coppie infertili di diventare genitori, non certo per consentire la scelta di chi diventare genitori. Mai come in questi anni si parla di pari opportunità, di non discriminazione, di accettazione delle diversità, eppure al tempo stesso mai come nei nostri tempi la malattia e la disabilità sono così poco tollerate, tanto da ritenere lecita la possibilità di scelta del figlio: teniamo il sano, buttiamo il malato. Sono questi i nuovi valori?

 Mai come nei nostri tempi la malattia e la disabilità sono così poco tollerate: teniamo il figlio sano buttiamo quello malato
postato da: fabiotar alle ore 11:41 | link | commenti | commenti
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giovedì, 17 gennaio 2008

Il Comune di Roma annulli e ritiri il bando «Unisci le differenze», che prevede nelle scuole la realizzazione di filmati e iniziative da parte degli studenti, sui temi degli orientamenti sessuali. A chiederlo sono i consiglieri comunali di Alleanza nazionale che, nel corso di una conferenza stampa svoltasi ieri, hanno comunicato di aver presentato a riguardo un’interrogazione. Il bando, che recita «Unisci le differenze: etero, gay, lesbiche, bisessuali e trans: una città senza differenze», è promosso dall’assessorato alle Pari Opportunità. «È l’ennesimo atto da parte della sinistra - dicono i consiglieri di Alleanza nazionale - volto a riformare la società in senso progressista e che attacca valori e tradizioni consolidate, oltre alle radici cristiane di Roma. Ancora più grave è il fatto che il progetto si rivolga a minori delle scuole».
Per il consigliere comunale Fabrizio Ghera, firmatario dell’interrogazione, quella del Campidoglio «è un’iniziativa fuori da ogni logica. Da una parte si portano nelle scuole queste iniziative contro le discriminazioni, dall’altra il Papa non può parlare all’ università. Chiediamo al sindaco Veltroni di annullare l’iniziativa». Ghera ha anche ricordato che oggi in consiglio comunale il gruppo di An presenterà una mozione di solidarietà nei confronti del Papa costretto a rinunciare alla visita all’università La Sapienza.
I consiglieri di Alleanza nazionale hanno infine denunciato che «l’Ater ha assegnato un locale di 460 metri quadri in via Nicola Zabaglia a Testaccio all’Arcigay senza che sia stato fatto un regolare bando pubblico, ma tramite una delibera, contravvenendo così alle regole di trasparenza». Per Alessandro Cochi «l’assegnazione ha carattere politico. Zingaretti ha chiaramente voluto velocizzarla dopo la bocciatura della delibera sulle Unioni civili. È assurdo che intanto all’Ater giacciano decine di domande per assegnazione di locali da parte di associazioni con finalità sociali o case famiglia a rischio sfratto».
postato da: fabiotar alle ore 09:27 | link | commenti | commenti
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domenica, 18 novembre 2007

La lettera censurata dai giornali umbri.

Lettera aperta ai consiglieri comunali di Perugia Sauro Cristofani, Roberto Moretti, Giuseppe Lomurno

 

Ci siamo decisi a scrivere questa lettera aperta solo oggi, dopo più di una settimana dai fatti. Il tempo ci è servito per riflettere meglio su quanto accaduto nel Consiglio Comunale del 29 ottobre 2007 quando, col vostro voto determinante, è stato approvato un disegno di legge regionale denominato “Norme contro le discriminazioni determinate dall’orientamento sessuale o dall’identità di genere”.

 

Il provvedimento che avete appoggiato porta un titolo certamente accattivante; nessuno mai infatti si sognerebbe - in una regione civile e democratica come la nostra - di osteggiare una proposta di legge che parli di “tutela dei diritti di tutti i cittadini”. Ciò del resto è stato ribadito proprio dal consigliere Cristofani durante la discussione in aula e tutti noi siamo perfettamente d’accordo nel ritenere ingiusto e odioso far mancare il rispetto e sminuire la dignità di una persona a causa del suo modo di vivere la sessualità.

 

Quanto approvato in Consiglio Comunale tuttavia, nonostante le promesse del titolo, ha ben poco a che fare con la lotta alla discriminazione.

 

Al contrario l’intero impianto del provvedimento è profondamente permeato da una non condivisibile ideologia di genere e mira a ritagliare vaste aree di privilegio economico e sociale per alcune categorie, mediantel’impiego di denaro pubblico.

 

Tutto ciò emerge con solare chiarezza da una semplice disamina del testo approvato, senza che siano necessarie particolari competenze logiche o giuridiche.

 

Vediamo nel dettaglio: gli articoli da 1 a 4 hanno il dichiarato scopo di privilegiare – giocoforza a discapito degli altri - l’accesso al lavoro, ai percorsi formativi e all’attività imprenditoriale delle persone che semplicemente dichiarino diverso orientamento sessuale o identità di genere.

 

L’art. 5 vuol concedere alle “associazioni rappresentative dei diversi orientamenti sessuali e identità di genere” il diritto insindacabile ed esclusivo di controllare l’organizzazione interna delle aziende certificate, al fine di verificarne il grado etico e l’eventuale responsabilità sociale degli imprenditori o degli amministratori, col diritto di promuovere - ove ritenuto insindacabilmente opportuno - le idonee azioni “correttive” o sanzionatorie. Ciò escluderebbe di fatto da tale controllo tutte le associazioni di tutela delle donne o delle famiglie, oltretutto in un settore così delicato ove permangono – nonostante anni di battaglie – pericolosi fenomeni di discriminazione per esempio delle donne, specialmente se in età fertile.

 

L’art. 6 propone di favorire e insegnare modalità linguistiche e comportamentali da tenere verso le persone che dichiarino diverso orientamento sessuale o identità. Tali norme di comportamento saranno immediatamente imposte ai dipendenti regionali, con adeguate sanzioni da inserirsi nel Codice interno nel caso di violazione. Immaginabili le conseguenze di una siffatta impostazione del problema. Tra l’altro anche in questo caso la tutela è a senso unico, senza prendere in considerazione altri gravi fenomeni di identica matrice quali la coprolalia, il turpiloquio e la pornografia dilagante che offendono gravemente le donne e gli uomini particolarmente sul posto di lavoro.

 

Gli articoli 7 e 8 hanno ad oggetto l’indicazione della persona che i medici debbono interpellare nel caso di decisioni urgenti qualora il paziente sia incosciente. La Corte Costituzionale ha già dichiarato incostituzionali identiche norme contenute nella legge regionale toscana n. 63/2004, ritenendo la materia di competenza del legislatore statale. Ripresentarle tali e quali significa andare incontro ad una sicura ulteriore declaratoria di incostituzionalità, con perdita di tempo e risorse da parte della pubblica amministrazione.

 

L’art. 9 sarebbe di per sé sacrosanto e condivisibile, prevedendo una tutela sanitaria ospedaliera e domiciliare per persone affette da patologie che comportino significative riduzioni all’autosufficienza.

Il fatto tuttavia che sia contenuto in una norma rivolta esplicitamente alla tutela di persone con diverso orientamento sessuale o identità di genere limita inesorabilmente il suo ambito di applicazione a coloro che si trovino affetti da patologie invalidanti in ragione del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere. In altre parole chi abbia contratto l’AIDS in quanto transessuale è più tutelato di chi abbia contratto la medesima malattia per una trasfusione di sangue infetto.

Questa è una discriminazione inaccettabile,  ancor più odiosa in quanto foriera di soprusi e ingiustizie tra persone già fortemente segnate dalla sofferenza e dalla malattia.

 

L’art. 10 contiene due norme completamente impregnate di ideologia di genere e in totale contrapposizione sia al contesto culturale e sociale cui voi e noi apparteniamo sia al il magistero della Chiesa. Col primo comma si incaricano le aziende USL  di assicurare informazione, consulenza e sostegno perché ciascuno giunga alla presa di coscienza della propria identità di genere. Ciò sarà fatto principalmente nei consultori e nei corsi di educazione alla sessualità che le ASL tengono in molte scuole. Abbiamo già visto di cosa si tratta. Nelle scuole elementari tedesche sono da tempo imposti questionari da somministrare ai giovani alunni, nei quali gli stessi vengono stimolati a scegliere la loro identità di genere tra alcune opzioni: maschio, femmina, gay, lesbica o transessuale. Recentemente i questionari sono stati integrati con due ulteriori opzioni, bisessuale e transgender. Nella vicina Toscana, proprio in attuazione di una legge identica alla presente, ci sono muri tappezzati con neonati che portano al braccio la scritta “Homosexual”, genere elevato al rango di sesso.

 

Non possiamo accettare tutto questo. Infatti, anche prescindendo da ogni pur legittima valutazione etica sul punto, è fuori di dubbio che l’ideologia di genere non sia - di per sé - più attendibile di altre. Utilizzando il linguaggio caro ai relativisti si può dire che essa è solo uno dei possibili, diversi modi di interpretare la realtà.

Non si capisce dunque perché debba essere imposta quale unico criterio informatore delle attività socio sanitarie, ovviamente con largo uso di pubblico denaro, solo perché comprensibilmente gradita a una piccola ma aggressiva compagine culturale.

 

Il comma 2 è anche peggio. Suonando il flauto del “confronto culturale sulle tematiche familiari” si sollecitano le eguali opportunità di ogni genitore – senza pregiudizio per i diversi orientamenti sessuali e identità di genere – “nell’assunzione dei compiti di cura ed educazione dei propri figli”. E’ fin troppo evidente l’intento di aprire la strada all’adozione per le persone che manifestino tali diversi orientamenti e la successiva foglia di fico del richiamato “rispetto dei diritti dei minori” non fa che confermare tali sospetti, visto che nessuno specifica quali siano questi diritti e se tra essi rientri quello di avere due figure genitoriali di sesso diverso.

Anche in questo caso, prima di applicare subdole alchimie giuridiche, sarebbe forse il caso di aprire sul punto un franco e sereno confronto con la società civile.

 

L’art. 11 non fa che mettere in pratica il precedente art. 10, prevedendo idonei fondi pubblici a sostegno delle iniziative di cui sopra e stabilendo che per i compiti di informazione le ASL possono delegare – ovviamente a pagamento mediante convenzione – le stesse associazioni di categoria.

 

L’art. 12 impegna la regione e gli altri enti locali a favorire (ovviamente il riferimento è economico)tutti gli eventi culturali organizzati dalle stesse associazioni, creando così un ulteriore privilegio, a discapito di altre realtà della società civile, solo perché rappresentative di diverse istanze sociali.

 

L’art. 13 è stato parimenti dichiarato incostituzionale nell’identica formulazione della legge toscana del 2004. Anche in questo caso ripresentare una norma già caducata dalla Consulta non è certo sintomo di particolare attenzione da parte dei nostri amministratori. Come che sia, il precetto vorrebbe prevedere un singolare obbligo di contrarre. In sostanza negozianti, albergatori, commercianti, baristi e esercenti imprese commerciali non potrebbero rifiutare le loro prestazioni per motivi riconducibili all’orientamento sessuale o all’identità di genere.

Ciò in realtà è già previsto – in maniera correttamente più generale - dal vigente regolamento del T.U.L.P.S., dove all’art. 187 si vieta ai pubblici esercizi di negare le loro prestazioni “a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo”.

Voler ridurre l’ambito di operatività della norma alle sole presunte discriminazioni legate all’identità di genere è del tutto inaccettabile.

 

L’art. 14 mira infine ad ottenere la consacrazione delle organizzazioni legate alla citata ideologia di genere quali unici referenti da inserirsi in un costituendo “osservatorio” regionale col compito di vigilare sull’applicazione della norma e di monitorare le discriminazioni. Sempre e ovviamente con spese a carico dell’amministrazione regionale.

 

*   *   *

 

 

Dunque il disegno di legge che avete appoggiato - oltretutto senza averlo in nessun modo discusso preventivamente con le forze sociali che di fatto rappresentate - non ha nulla a che fare con una attendibile e concreta lotta alla discriminazione, ma tenta  semplicemente di accreditare l’ideologia di genere quale unico approccio possibile a quel delicato e importantissimo aspetto della persona umana che è la sessualità.

 

Ciò non è né giusto né etico. Un provvedimento contro la discriminazione che voglia essere serio ed efficace non può a sua volta discriminare altre persone, famiglie o minori, col solo scopo di favorire una categoria, per quanto potente essa sia.

 

Questo da un punto di vista del tutto “laico e democratico”.

 

Da cristiani a cristiani dobbiamo inoltre avere il coraggio, forse difficile da trovare, di dirci la verità fino in fondo.

Il magistero della Chiesa e particolarmente quello di Giovanni Paolo II – come sapete – ha ritenuto di indicare alcuni principi quali “non negoziabili” a difesa dell’antropologia cristiana. Tra questi i più importanti sono la tutela della vita, della famiglia e della libertà di educazione.

Ciò ovviamente non significa che tali principi debbano essere imposti con la violenza; semplicemente si raccomanda al cristiano di non transigere su tali valori fondamentali, anche a costo di passare in minoranza. Tutto qui.

 

Voi invece avete scelto di appoggiare una proposta che – facendo propri i contenuti dell’ideologia di genere - è palesemente contraria al valore della famiglia fondata sul matrimonio, oltre che insanabilmente in contrasto con la libertà di educazione dei più piccoli ad una visione cristiana dell’affettività e della sessualità.

 

Riteniamo dunque sia nostro diritto chiedervi ragione della vostra scelta.

 

Non crediamo sia stato un difetto di informazione, vista la vostra serietà e considerato che avete avuto tutto il tempo di studiare la proposta, discussa e approvata in due differenti sedute.

 

Non crediamo neppure si sia trattato di equivocarne il contenuto, posto che siete persone intelligenti e con una semplice lettura del testo avrete senza dubbio smascherato i veri intenti dei promotori, ben lontani da una sincera lotta alla discriminazione, quale che sia. Su questo dunque non prendiamoci in giro.

 

Forse si è trattato di un’abile mossa politica per ottenere in cambio benefici in favore delle famiglie, ma in questo caso sorgerebbero due obiezioni: la prima è che si tratterebbe comunque di un compromesso inaccettabile su valori non negoziabili. La seconda è che di tali benefici non si è vista neanche l’ombra.

Forse allora si è trattato di disciplina di coalizione. La stessa cosa del resto era accaduta proprio l’anno scorso quando – pur di non votare un emendamento del Forum delle Famiglie solo formalmente presentato dall’opposizione – avete preferito confermare la iniqua Tariffa di Igiene Ambientale, moltiplicando così per quattro o cinque volte la spesa a carico delle famiglie, ora computata sul numero dei componenti il nucleo familiare e sgravando nel contempo i single o i ricchi possidenti da un ingombrante computo della tariffa sulla base dei metri quadri dell’abitazione. E questa era ed è certamente una grave discriminazione.

 

In quell’occasione ci si disse che - trattandosi di un delicato voto sul bilancio - non potevate far cadere la Giunta e il Sindaco. Possiamo capire.

 

Tuttavia lunedì scorso non c’era tale rischio. Il vostro voto - o meglio ancora una vostra anticipata dichiarazione di voto contrario - avrebbe portato semplicemente al ritiro del provvedimento, consentendovi di onorare la vostra appartenenza ad una visione antropologica di matrice cristiana.

 

Allora si è trattato di un piccolo prezzo da pagare per ottenere posti di rilievo nella vostra formazione politica? Manco quello s’è visto.

 

Eliminando dunque la superficialità, l’ottusità, la mala fede e l’interesse personale non resta che rassegnarci all’idea che abbiate votato quel provvedimento semplicemente perché lo condividete.

Ciò è del tutto lecito, doveroso diremmo. Ognuno deve in coscienza appoggiare ciò che condivide.

 

In questo caso tuttavia - posto che la vostra campagna elettorale è stata particolarmente connotata da un costante richiamo ai valori cristiani e la gran parte di noi che vi ha votato lo ha fatto anche per questa ragione - è opportuno aprire quanto prima una discussione franca e serena sul vostro modo di rappresentarci politicamente e sul contesto culturale  nel quale siete inseriti.

 

In caso contrario alle prossime elezioni amministrative dovremo chiedervi di andare a fare la vostra propaganda altrove.

 

Buon lavoro.

 

Forum delle Associazioni Familiari dell’Umbria

Associazione Nazionale Famiglie Numerose (ANFN)

Associazione Genitori Scuole Cattoliche (AGESC)

Circolo Giorgio La Pira

Centro Familiare Casa della tenerezza

Rinnovamento nello Spirito Santo

Cammino Neocatecumenale

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sabato, 10 novembre 2007

Scuola e bugie (25 ottobre 2007)
Ora di religione, attacco fuori bersaglio

di Umberto Folena

L’insegnamento della religione cattolica (Irc) non serve a nulla, se non a rimpinguare la Chiesa, «un altro miliardo di obolo di Stato a san Pietro». A questa tesi sbrigativa e grossolana va piegata la realtà, insinuando che l’Italia sia un’anomalia in Europa, mentre invece è l’esatto contrario; e con supremo disprezzo degli insegnanti di religione e degli oltre nove studenti su dieci che nelle scuole statali seguono le loro lezioni. "I soldi del vescovo", parte quarta, è comparsa ieri su Repubblica. Il bersaglio? Probabilmente il Concordato; sicuramente la Chiesa e i cattolici tout court e ogni loro forma di presenza sociale - oratori, scuole, ospedali, centri d’ascolto, mense… tutto - lasciandogli forse le sacrestie, purché ben chiuse.

I programmi ci sono
«Uno strano ibrido di animazione sociale e vaghi concetti etici destinati a rimanere nella testa degli studenti forse lo spazio di un mattino. Pochi cenni sulla Bibbia, quasi mai letta, brevi e reticenti riassunti di storia della religione». Questa è l’ora di religione secondo Repubblica. In realtà i programmi - Osa, obiettivi specifici di apprendimento - ci sono, come per ogni disciplina. Se un docente li ignora, è un cattivo docente. Ma se un insegnante di matematica dovesse insegnar male, concluderemmo che la matematica è una porcheria? Repubblica stessa poi si contraddice pesantemente, quando nel titolo sentenzia: "Religione, il dogma in aula". Quale dogma?

Che cosa dice il Concordato
Repubblica evita di spiegare ai lettori l’origine dell’attuale Irc: gli Accordi concordatari del 1984, che definiscono in positivo, secondo un’idea inclusiva di laicità, i rapporti tra Chiesa e Stato, non in concorrenza o in conflitto, ma collaboranti: «La Repubblica Italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado. Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento». Un testo improntato al buon senso. Il resto sono giochi di parole. Scrive Repubblica: «L’ora di religione è un insegnamento facoltativo e come tale non dovrebbe prevedere docenti di ruolo». Dell’Irc gli studenti, tramite i genitori se minorenni, hanno facoltà di avvalersene o meno; ma le scuole hanno l’obbligo, non la "facoltà", di assicurarlo. Viene poi insinuato che a un insegnante separato verrebbe ritirata l’idoneità. Sciocchezze: i separati accedono ai sacramenti, e non possono invece insegnare religione? I divorziati risposati no, non insegnano; ma lo sanno e i patti sono chiari fin dall’inizio.

Irc e fantasie
Il giornale di De Benedetti afferma con sicurezza che la Cei chiede (e lo Stato l’accontenta) «che l’ora di religione sia sempre inserita a metà mattinata e mai all’inizio o alla fine delle lezioni, come sarebbe ovvio per un insegnamento facoltativo». Naturalmente non cita la fonte - quando mai la Cei avrebbe chiesto una cosa simile? - perché non esiste. Sono fantasie, tra l’altro impossibili da realizzare. Repubblica dovrebbe sapere che, di media, un insegnante ha 16 ore alla settimana; in cinque giorni, neanche il computer della Nasa riuscirebbe ad assegnargli soltanto seconde, terze e quarte ore; e il 73,9 per cento insegna 18 o più ore. Falso è poi che la Cei boicotti le attività alternative. Tutto il contrario, come già emergeva nel convegno nazionale del 1995, presente l’allora ministro Berlinguer.

Se il 91,2% vi sembra poco
Repubblica non indica la fonte delle tabelle, anche se leggendo il lungo articolo si intuisce che è la stessa Cei. Ma i numeri vanno spiegati. Ad esempio gli avvalentesi dell’Irc: in totale, nel 2006-07 erano il 91,2 per cento, media tra il 94,6 delle primarie e l’84,6 delle secondarie di 2° grado. Sono in calo, gongola il quotidiano di De Benedetti. Ma di quanto? Nel 1993-94 erano il 93,5: un’oscillazione minima. E comunque è una stima compiuta monitorando l’83,5 per cento degli alunni (6.554.562 su un totale di 7.681.536). I dati del Nord sono quasi al completo (98,4), assai meno al Sud (77,5), dove la rinuncia all’Irc è molto più bassa (appena l’1,6, contro il 14,1 del nord). Quindi la stima è sicuramente per difetto.

Insegnanti quasi tutti laici
Gli stipendi agli insegnanti sono «un miliardo alla Chiesa»? Chissà che cosa ne pensa l’85 per cento di insegnanti laici, tra cui il 57 donne e il 28 uomini. Cittadini e lavoratori con regolari titoli di studio. I soldi vanno alle famiglie degli insegnanti, non ai vescovi. È l’ennesima contraddizione di chi rimprovera alla Chiesa di non adeguarsi all’Europa (coppie di fatto, fecondazione artificiale, eccetera). Ebbene, nel caso dell’Irc (come è spiegato in un altro servizio in questa stessa pagina) siamo adeguatissimi. Ed è l’ennesimo infortunio di chi, per faciloneria o disprezzo, riesce a sbagliare il cognome di Giovanni Paolo II: si scrive Wojtyla, insigne collega, non Woytjla.

postato da: fabiotar alle ore 10:56 | link | commenti (1) | commenti (1)
categorie: scuola
lunedì, 15 ottobre 2007

Scienza chi
 la vuole atea?


I
l tema del rapporto tra scienza e religione è sempre più materia di uno scontro non soltanto culturale ma addirittura politico che si manifesta in termini particolarmente accesi. Questo scontro rappresenta uno sviluppo particolarmente critico, in quanto il tema in oggetto coinvolge questioni molto complesse e delicate di storia della scienza e del pensiero scientifico, filosofico e teologico, che vengono spesso trascinate nell’arena in modo rozzo e strumentale. Appare quindi importante respingere le tentazioni di scendere a questo livello di diatriba e ripristinare un approccio rigoroso, oggettivo, documentato ed equilibrato alla questione del rapporto tra scienza e religione e delle sfide che esso pone nell’attuale società tecnoscientifica. È opportuno stendere un breve inventario delle strumentalizzazioni e delle deformazioni correnti nell’attuale dibattito, perché ciò consente di comprendere meglio in che modo esso possa riportato entro una cornice di razionalità.
  I punti di vista che affermano che tra scienza e religione esiste una contrapposizione irriducibile, presentano una contraddizione epistemologica – che spesso si manifesta nelle forme di un contrasto tra persone che tuttavia condividono la medesima ostilità nei confronti della religione e sono convinte della loro inconciliabilità – e ricorrono a una serie di falsificazioni storiografiche. La contraddizione si presenta nella forma seguente. Da un lato si afferma che la religione è soltanto superstizione e dogmatismo, espressione del fondo irrazionale dell’animo umano, mentre la scienza è manifestazione piena della razionalità ed è l’unica via per l’acquisizione di verità oggettive. Si è arrivati al punto di affermare che la scienza è la “religione della verità” e che «all’assolutismo politico­teologico, impantanato nelle sabbie mobili della rivelazione e della fede, va contrapposto non il relativismo filosofico ma l’assolutismo matematico e scientifico, fondato sulle rocce della dimostrazione e della sperimentazione» (Odifreddi). Dall’altro lato, invece, si condanna l’aspirazione religiosa alla verità come espressione di oscurantismo, in quanto l’idea stessa di “verità oggettiva” sarebbe assurda e improponibile. Dato che le opinioni circa i fatti reali sono necessariamente molteplici e poiché non esisterebbe alcun modo di decidere definitivamente tra di esse, se ne deduce che l’essenza della scienza è il relativismo, ovvero l’acquisizione di asserti provvisori e tutt’al più correggibili, ma che spesso debbono essere radicalmente abbandonati per altri asserti. Anzi, la scienza sarebbe “la” forma di conoscenza razionale, laica e antidogmatica proprio perché, per sua natura, è relativista. In tal senso essa si contrappone inevitabilmente al dogmatismo religioso.
  Questa posizione – che è sostenuta da una platea molto più larga della precedente – è difesa in Italia da persone come Giulio Giorello ed Enrico Bellone; anche se quest’ultimo, fino a pochi anni fa, era fautore acceso della linea precedente e aspro critico della microsociologia della scienza, che è il massimo baluardo della posizione relativista (valga per tutti citare David Bloor). La situazione è curiosa. Il contrasto tra i due punti di vista
non potrebbe essere più evidente e, come mostra la prima citazione, i fautori della scienza come “religione della verità” (fautori del più rigido oggettivismo) rigettano il relativismo. I secondi articolano invece in modo diversificato la loro concezione relativista: nei casi più “moderati” sostengono che la scienza può proporre soltanto asserti in termini di probabilità (Giorello), nei casi più estremi adottano un modello naturalistico (biologico) dello sviluppo culturale, per cui anche le teorie scientifiche sono prodotto di strutture biologiche transeunti, il che pone il problema di come dare qualche carattere di persistenza e adattabilità a una cultura soggetta alle mutazioni ambientali, il quale «non è detto che abbia soluzione» (Bellone). È evidente che quest’ultima posizione estrema ricade sotto la vecchia critica di Merton al «caratteristico circolo vizioso» del relativismo radicale «nel quale le proposizioni stesse che asseriscono questo relativismo sono ipso facto invalide» e si colloca agli antipodi del classico oggettivismo scientista che attribuisce alla scienza un ruolo di acquisizione di verità fondate sulla roccia. Ma anche le posizioni più moderate sono in piena contraddizione con tale oggettivismo, come è reso evidente dai loro riferimenti teorici (per esempio, le posizioni del probabilismo soggettivista di Bruno de Finetti). Insomma, siamo di fronte a un panorama talmente variegato e contraddittorio che ci si chiede che cosa vi sia di comune in posizioni del genere. Eppure, le contraddizioni che le dividono – in modo talora insolubile – non emergono mai, anzi vengono tenute accuratamente nascoste in nome di un comune e supremo obbiettivo: combattere il fanatismo e la superstizione delle religioni, la loro intrusione nella sfera politica, in nome della difesa della laicità minacciata. Non sembra che si possa dare un esempio più chiaro del carattere strumentale e “di bandiera” con cui viene messa assieme un’accozzaglia di posizioni in contrasto tra di loro, per scopi di mera battaglia politico-culturale – qualcosa che fa pensare a certi schieramenti politici costruiti per puro scopo di potere e di contrasto del “nemico” – e di come, per tale via, anche il dibattito culturale venga degradato a livelli infimi.
  Accenniamo ora ad alcune delle falsificazioni storiche con cui si tenta di sostenere questa battaglia culturale, e che vengono proposte a qualsiasi prezzo, anche a quello di ridurre la storia della scienza a una parodia. La difficoltà più elementare di fronte a cui si trovano i sostenitori della tesi del contrasto irriducibile tra scienza e religione è di spiegare come mai tutti i fondatori della scienza moderna fossero religiosi (anzi dei “teologi laici”, per dirla con Amos Funkenstein). Le risposte sono variegate: a) non si poteva non essere religiosi, a quei tempi; b) si trattava di forme di superstizione che rappresentavano soltanto incrostazioni residue attorno all’emergere di un nuovo
spirito razionale; c) l’intolleranza delle religioni costringeva a una religiosità di facciata cui non corrispondeva alcuna convinzione reale, insomma a una sorta di marranismo generalizzato. Le opere teologiche di Newton vengono liquidate come espressione di rimbecillimento senile del grande scienziato (sebbene siano opere per lo più giovanili o del periodo maturo). L’opera filosofica di Cartesio viene casomai citata come argomento per “spiegare” la debolezza delle sue spiegazioni fisiche. Viene inoltre avanzata un’altra spiegazione più sottile che rappresenta la più grossolana falsificazione corrente. Si sostiene che il Dio dei protagonisti della rivoluzione scientifica era ormai divenuto un Dio impersonale – il che è grossolanamente falso, per esempio nel caso di Newton – anzi un Dio coincidente con la natura, secondo la formula spinoziana “Deus sive Natura”, perciò la residua religiosità di quei protagonisti sarebbe soltanto una forma di panteismo; e il panteismo – altro passaggio cruciale in questa ricostruzione di comodo – non è altro che ateismo mascherato.
  È facile trovare in ogni angolo le tracce di questa vulgata: si pensi, ad esempio, al libro-dibattito tra il neuroscienziato Jean-Pierre Changeux e il filosofo Paul Ricoeur. I cardini di questa ricostruzione sono: il pensiero di Spinoza è la rappresentazione emblematica del metodo scientifico ed esprime la posizione più diffusa tra gli scienziati del Seicento e primo Settecento (il che è a dir poco discutibile); questo pensiero è ateo e materialista (invano Ricoeur tenta di confutare quest’affermazione, chiedendo che Spinoza venga letto per intero); pertanto, la scienza per sua essenza è atea e materialista.
  In linea generale, si tende a soffocare l’interesse per le analisi – che pure avevano conosciuto significativi sviluppi negli ultimi decenni del secolo scorso – volte a ricostruire il legame profondo ed essenziale tra i concetti fondanti della scienza moderna – in particolare quelli di spazio e di tempo – e le “teologie laiche” dei grandi protagonisti della rivoluzione scientifica.
postato da: fabiotar alle ore 17:18 | link | commenti | commenti
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lunedì, 08 ottobre 2007

Favola

Non avere paura piccolo figlio mio,
ma è la strada più dura che ti porterà là;
lascia dunque il sentiero, prendi i campi e va’
attraversa quel bosco non temere perché
c’è Qualcuno con te.
C’è Qualcuno con te non ti lascerà mai
non avere paura prendi i campi e vai...

Quando incontrerai il lupo o la volpe e il leone
non restare impaurito e non far confusione
son di un altro racconto che finisce male
non potranno toccarti non voltarti perché
c'è Qualcuno con te.
C’è Qualcuno con te non ti lascerà mai
non avere paura non voltarti e vai...

Non arrenderti al buio che le cose divora
ora è notte, ma il giorno verrà ancora.

Così, quando sarai a quell’ultimo ponte
con il tempo alle spalle e la vita di fronte,
una mano più grande ti solleverà
abbandonati a quella non temere perché
c’è Qualcuno con te.
C’è Qualcuno con te, non ti lascerà mai
non avere paura non fermarti e vai...

postato da: fabiotar alle ore 21:35 | link | commenti | commenti
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mercoledì, 03 ottobre 2007


«Repubblica»? Dà i numeri!

[...] faccio una semplice proposta. "Repubblica" faccia un'inchiesta a suon di cifre - dalle sue parti i matematici danno spesso i numeri - su quanto costa allo Stato un posto letto ed un malato dei suoi ospedali, un alunno ed un docente delle sue scuole, un anziano nei suoi ricoveri, un immigrato nei suoi centri di "accoglienza" - spesso vituperati da "Repubblica" - un assistito dai suoi centri di igiene mentale e di recupero, e via via altre urgenze scoperte cammin facendo, sommi il tutto moltiplicandolo per il numero di "assistiti" in complesso dalla Chiesa italiana, lo confronti con l'"8 per mille" e magari anche con i costi della "casta" politica.
Annoto che così non consideriamo il valore dei beni espropriati alla Chiesa prima e dopo la presa di Roma, quel valore che fino al 1984 dava origine alla "congrua", vista appunto come "compensazione" del passato... Se non ce la fa da sola, "Repubblica" si faccia aiutare come ha già fatto, ma per favore non dai radicali. Loro da decenni i numeri li danno sbagliati... Poi magari se ne riparla...


postato da: fabiotar alle ore 13:44 | link | commenti | commenti
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lunedì, 27 agosto 2007

Madre Teresa, «la notte» accettata come un dono

Diceva: «Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te, ti danno una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi»

Di Raniero Cantalamessa

A dieci anni dalla morte di Madre Teresa di Calcutta giungono in libreria alcune delle lettere che la religiosa, ora beata, scrisse in diversi momenti ai suoi direttori spirituali e che attestano quella lunga fase della sua vita in cui, com’è noto ormai da tempo, ella sperimentò la «notte della fede». Il libro, che si intitola «Mother Teresa: come be my light» e sarà pubblicato il prossimo 4 settembre nel mondo anglosassone, è stato curato da padre Brian Kolodiejchuk, postulatore nella causa di canonizzazione di Madre Teresa. Già in occasione della beatificazione della suora, nel 2003, padre Brian aveva parlato delle crisi mistiche della religiosa e pubblicato su un sito internet brani delle lettere. La decisione di riproporle ora nel libro ribadisce la volontà del postulatore di rendere il più trasparente possibile il processo di canonizzazione. La decisione, infatti, è stata commentata favorevolmente da più parti. Il cardinale Angelo Scola, Patriarca di Venezia, si è detto «molto contento della pubblicazione di questo libro». «Mi sembra – ha proseguito – di poter rilevare che anche nell’esperienza di santità più elevata, anche quando tocca i vertici di preghiera e di contemplazione di Madre Teresa, non si può prescindere dalla libertà finita e limitata dell’uomo». La beata albanese, ha spiegato, «è una di noi, che ha fatto tutte le sue fatiche come facciamo noi. Inoltre quando uno è nella prova, in questo caso la prova dell’aridità perché a Madre Teresa sembrava di non percepire più la presenza di Gesù, ha sempre come risorsa la forma più elementare di esercizio della volontà, che è la domanda quotidiana a Gesù di rivelare il suo volto». Un plauso anche dall’arcivescovo di Calcutta, Lucas Sirkar. «Nonostante avesse affrontato il lato oscuro della vita – ha dichiarato – rimase ben salda sulla strada verso la santità e fu quella la sua grandezza».

Cosa successe dopo che Madre Teresa disse il suo sì all'ispirazione divina che la chiamava a lasciare tutto per mettersi a servizio dei più poveri dei poveri? Il mondo ha conosciuto bene ciò che avvenne intorno a lei - l'arrivo delle prime compagne, l'approvazione ecclesiastica, il vertiginoso sviluppo delle sue attività caritative -, ma fino alla sua morte nessuno ha conosciuto ciò che avvenne dentro di lei.
Lo rivelano i diari personali e le lettere al suo direttore spirituale, di cui è imminente la pubblicazione a cura della Postulazione della causa per la canonizzazione. Non credo che gli editori, prima di decidersi a darli alle stampe, abbiano dovuto superare la paura che tali scritti possano suscitare sconcerto o addirittura scandalizzare i lettori. Lungi da diminuire la statura di Madre Teresa, essi infatti la ingigantiscono, ponendola a fianco dei più grandi mistici del cristianesimo.
«Con l'inizio della sua nuova vita a servizio dei poveri - scrive il gesuita Joseph Neuner che le fu vicino -, una opprimente oscurità venne su di lei». Bastano alcuni brevi stralci per darci un'idea della densità delle tenebre in cui si venne a trovare: «C'è tanta contraddizione nella mia anima, un profondo anelito a Dio, così profondo da far male, una sofferenza continua - e con ciò il sentimento di non essere voluta da Dio, respinta, vuota, senza fede, senza amore, senza zelo… Il cielo non significa niente per me, mi appare un luogo vuoto».
Non è difficile riconoscere subito in questa esperienza di Madre Teresa un caso classico di quello che gli studiosi di mistica, dietro san Giovanni della Croce, sono soliti chiamare la notte oscura dello spirito. Taulero fa una descrizione impressionante di questo stato: «Allora veniamo abbandonati in tal modo da non aver più nessuna conoscenza di Dio e cadiamo in tale angoscia da non sapere più se siamo mai stati sulla via giusta, né più sappiamo se Dio esiste o no, o se noi stessi siamo vivi o morti. Cosicché su di noi cade un dolore così strano che ci pare che tutto quanto il mondo nella sua estensione ci opprima. Non abbiamo più nessuna esperienza né conoscenza di Dio, ma anche tutto il resto ci appare ripugnante, sicché ci pare di essere prigionieri tra due mura».
Tutto lascia pensare che questa oscurità accompagnò Madre Teresa fino alla morte, con una breve parentesi nel 1958, durante la quale poté scrivere giubilante: «Oggi la mia anima è ricolma di amore, di gioia indicibile e di una ininterrotta unione d'amore». Se a partire da un certo momento non ne parla quasi più, non è perché la notte è finita, ma perché ella si è ormai adattata a vivere in essa. Non solo l'ha accettata, ma riconosce la grazia straordinaria che racchiude per lei. «Ho cominciato ad amare la mia oscurità, perché credo ora che essa è una parte, una piccolissima parte, dell'oscurità e della sofferenza in cui Gesù visse sulla terra».

Il silenzio di Madre Teresa
Il fiore più profumato della notte di Madre Teresa è il suo silenzio su di essa. Aveva paura, parlandone, di attirare l'attenzione su di sé. Anche le persone a lei più vicine non hanno sospettato nulla, fino alla fine, di questo interiore tormento della Madre. Su suo ordine, il direttore spirituale dovette distruggere tutte le sue lettere e se alcune se ne sono salvate è perché egli, con il permesso di lei, ne aveva fatto una copia per l'arcivescovo e futuro cardinale Trevor Lawrence Picachy, tra le cui carte furono trovate dopo morte. L'arcivescovo, per nostra fortuna, si era rifiutato di accondiscendere alla richiesta di distruggerle, fatta anche a lui dalla Madre.
Il pericolo più insidioso per l'anima nella notte oscura dello spirito è di… accorgersi che si tratta, appunto, della notte oscura, di quello che grandi mistici hanno vissuto prima di lei e quindi di far parte di una cerchia di anime elette. Con la grazia di Dio, Madre Teresa ha evitato questo rischio, nascondendo a tutti il suo tormento sotto un eterno sorriso. «Tutto il tempo a sorridere, dicono di me le sorelle e la gente. Pensano che il mio intimo sia ricolmo di fede, fiduci a e amore…Se solo sapessero e come il mio essere gioiosa non è che un manto con cui copro vuoto e miseria!». Un detto dei Padri del deserto dice: «Per quanto grandi siano le tue pene, la tua vittoria su di esse sta nel silenzio». Madre Teresa lo ha messo in pratica in maniera eroica.

Non solo purificazione
Ma perché questo strano fenomeno di una notte dello spirito che dura praticamente tutta la vita? Qui c'è qualcosa di nuovo rispetto a quello che hanno vissuto e spiegato i maestri del passato, compreso san Giovanni della Croce. Questa notte oscura non si spiega con la sola idea tradizionale della purificazione passiva, la cosiddetta via purgativa, che prepara alla via illuminativa e a quella unitiva. Madre Teresa era convinta che si trattasse proprio di questo nel caso suo; pensava che il suo «io» fosse particolarmente duro da vincere, se Dio era costretto a tenerla così a lungo in quello stato.
Ma non era certo questo. La interminabile notte di alcuni santi moderni è il mezzo di protezione inventato da Dio per i santi di oggi che vivono e operano costantemente sotto i riflettori dei media. È la tuta d'amianto per chi deve andare tra le fiamme; è l'isolante che impedisce alla corrente elettrica di disperdersi, provocando corti circuiti…
San Paolo diceva: «Perché non montassi in superbia per la grandezza delle rivelazioni, mi è stata messa una spina nella carne» (2 Cor 12,7). La spina nella carne che era il silenzio di Dio si è rivelata efficacissima per Madre Teresa: l'ha preservata da ogni ebbrezza, in mezzo al gran parlare che il mondo faceva di lei, perfino al momento di ritirare il premio Nobel per la pace. «Il dolore interiore che sento - diceva - è talmente grande che non provo nulla per tutta la pubblicità e il parlare della gente». Quanto è lontano dal vero Christopher Hitchens quando nel suo saggio velenoso Dio non è grande. La religione avvelena ogni cosa (Einaudi 2007) fa di Madre Teresa un prodotto dell'era me diatica!
C'è una ragione ancora più profonda che spiega queste notti che si prolungano per tutta una vita: l'imitazione di Cristo, la partecipazione all'oscura notte dello spirito che avvolse Gesù nel Getsemani e in cui morì sul Calvario, gridando: «Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?». Madre Teresa è giunta a vedere sempre più chiaramente la sua prova come una risposta al desiderio di condividere il Sitio di Gesù sulla croce: «Se la pena e la sofferenza, la mia oscurità e separazione da te ti da una goccia di consolazione, mio Gesù, fa di me ciò che vuoi…Imprimi nella mia anima e nella vita la sofferenza del tuo cuore…Voglio saziare la tua sete con ogni singola goccia di sangue che puoi trovare in me. Non ti preoccupare di tornare presto: sono pronta ad aspettarti per tutta l'eternità».
Sarebbe grave errore pensare che la vita di queste persone sia tutta tetra sofferenza. Nel fondo dell'anima, queste persone godono di una pace e gioia sconosciute al resto degli uomini, derivanti dalla certezza, più forte in esse del dubbio, di essere nella volontà di Dio. Santa Caterina da Genova paragona la sofferenza delle anime in questo stato a quella del Purgatorio e dice che essa «è così grande, che solo è paragonabile a quella dell'Inferno», ma che c'è in esse una «grandissima contentezza» che sola si può paragonare a quella dei santi in Paradiso. La gioia e la serenità che emanava dal volto di Madre Teresa non era una maschera, ma il riflesso dell'unione profonda con Dio in cui viveva la sua anima. Era lei che si «ingannava» sul suo conto, non la gente.

A fianco degli atei
Il mondo d'oggi conosce una nuova categoria di persone: gli atei in buona fede, coloro che vivono dolorosamente la situazione del silenzio di Dio, che non credono in Dio ma non si fanno un vanto di ciò; sperimentano piuttosto l'angoscia esistenziale e la mancanza di senso del tutto; vivono anch'essi, a loro modo, in una notte oscura dello spirito. Nel suo romanzo La pe ste Albert Camus li chiamava «i santi senza Dio». I mistici esistono soprattutto per essi; sono loro compagni di viaggio e di mensa. Come Gesù, essi «si sono assisi alla mensa dei peccatori e hanno mangiato con loro» (cf. Lc 15,2).
Questo spiega la passione con cui certi atei, una volta convertiti, si sono buttati sugli scritti dei mistici: Claudel, Bernanos, i due Maritain, L. Bloy, lo scrittore J.-K. Huysmans e tanti altri sugli scritti di Angela da Foligno, T.S. Eliot su quelli di Giuliana di Norwich. Vi ritrovavano lo stesso paesaggio che avevano lasciato, ma questa volta illuminato dal sole. Pochi sanno che l'autore di Aspettando Godot, Samuel Beckett, nel tempo libero leggeva san Giovanni della Croce.
La parola «ateo» può avere un senso attivo e un senso passivo. Può indicare uno che rifiuta Dio, ma anche uno che - almeno così gli sembra - è rifiutato da Dio. Nel primo caso, si tr